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Lettere anonime - risvolti grafologici e criminologici

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??09•Ago•2011??
•Ultimo aggiornamento •09 •Agosto• 2011•• | •Scritto da Administrator•

di Pietro Pàstena 

Un approccio criminologico-criminalistico

Relazione tenuta Convegno Nazionale “Criminologia e scienze forensi nel processo penale italiano”

Palermo, 1-2 Aprile 2006

 

Quello delle lettera anonima è un fenomeno assai diffuso, anche più di quel che si potrebbe pensare. In una sua possibile tipologia, troverebbe innanzitutto posto la denuncia anonima. Nei regimi totalitari, questa pratica si ritrova spesso incoraggiata dalle autorità: così è avvenuto ad esempio sotto lo stalinismo (fenomeno studiato da Zemtsov, 1991), mentre durante il fascismo una ragnatela di delazioni anonime denunciava i cittadini ritenuti di sinistra e, dopo le leggi razziali e soprattutto dopo l’8 settembre, gli Ebrei (Franzinelli, 2001); ma una recrudescenza del fenomeno si ha anche quando intervengono particolari contingenze storiche: così in epoca maccartista, quando la denuncia riguardava presunti comunisti o, in Italia, nel corso della I Guerra Mondiale (Paloni, 2005, pagg. 216-217, 267-270) e alla fine della Seconda, questa volta nei confronti di ex fascisti, quando i comandi partigiani, il CLN, la magistratura furono i destinatari di un gran numero di segnalazioni inviate da mittenti sconosciuti (Dondi, 1996).  

Nel nostro ordinamento, le lettere anonime non costituiscono fonte probatoria, però possono originare indagini su cui promuovere eventualmente in seguito l’azione penale (sulla giurisprudenza in materia: ad esempio, è stata proprio una lettera anonima a dare il via alle indagini riguardanti Pacciani, e non è il solo caso rilevante. Ma anche, secondo alcuni giuristi, si farebbe spesso un uso improprio della denuncia anonima secondo una prassi che, se potrebbe trovare una giustificazione in un impianto inquisitorio, non dovrebbe trovare posto in un sistema accusatorio (Paulesu, 1989).  

Le denunce anonime vengono inviate non solo all’autorità giudiziaria: si vedano ad esempio quelle, numerose, che giungono agli uffici delle imposte secondo una prassi già denunciata da Edmondo De Amicis in suo libretto addirittura del 1896. O anche, quelle inviate ai dirigenti degli uffici pubblici riguardanti, è il caso più frequente, presunti comportamenti censurabili di un impiegato, da cui trae spesso origine un’indagine amministrativa interna.

E’ stato rilevato che “chi ha esperienza di uffici direttivi sa bene che in genere l’anonima è tra le cose più considerate dall’amministrazione statale: viene letta con pruriginosa e irrefrenabile curiosità, sottolineata, siglata, postillata, commentata, pasteggiata, quasi santificata e venerata, e quindi lanciata nell’onda di una accurata inchiesta amministrativa o di una istruttoria da parte del competente procuratore della Repubblica” (Celli, 1991). Da un lato, il dirigente a cui è stata indirizzata la missiva, specialmente se evidentemente calunniosa, andrà a cercare tra tutti i dipendenti la scrittura che maggiormente assomiglia a quella dell’anonimografo, con ciò incorrendo in possibili gravi errori, perché egli non è un grafologo; e per altro verso l’indagine amministrativa violerebbe, specialmente quando l’interessato non ne è a conoscenza, l’art. 24 della Costituzione che, pur riferito al procedimento giudiziario, sarebbe per alcuni da intendere come principio generale valido anche per gli atti della pubblica amministrazione (Celli, 1991). 

Analogamente avviene nelle aziende private in genere di grandi dimensioni: qui il fenomeno di accuse anonime riguardanti i dipendenti è documentato negli Stati Uniti (Fay, 1993; Sennewald e Tsukayama, 2001), ma è presumibilmente presente anche in Italia, provocando anche in questo caso indagini interne simili a quelle descritte per gli uffici pubblici.

Quella di denuncia, nella quale non si minaccia direttamente la vittima, ma si sceglie il filtro dell’autorità. è solo un tipo di possibile lettera anonima. Una possibile classificazione potrebbe comprendere le lettere minatorie, a contenuto osceno, di estorsione, di molestia, di vendetta e di calunnia (Harrison, 1958; Casey-Owens, 1984). In questi casi l’autore ricorre invece ad una vera e propria strategia di vittimizzazione della persona oggetto della missiva (Gassiot e Moron, 2002), provocando uno sconvolgimento nella sua vita: e in questo senso il fenomeno ha una sua rilevanza sociale subendo, con il mutare nel tempo della società stessa, una sua particolare evoluzione: se, a parte le lettere indirizzate a persone che potremmo dire “comuni”, un bersaglio preferito è il “divo” dello spettacolo (uno studio di Dietz et alii del 1991 ne ha esaminate ben 1800 inviate a celebrità di Hollywood), nell’Ottocento invece, non esistendo la televisione e il cinema, come vittime erano scelti scrittori o musicisti noti: così capitò a Victor Hugo, Manzoni, Giusti, Verdi, De Amicis, insieme a tanti altri oggi poco conosciuti ma allora assai in voga, come Mantegazza, Stecchetti, Salvini (De Amicis, 1991, pp. 61-63).

Oggi, la telefonata anonima ha in parte sostituito la lettera, e di quest’ultima vi è anche la recentissima versione dell’e-mail, dove l’identificazione del mittente pone seri problemi che comunque non sono oggetto di queste note (su cui si veda comunque Giustozzi, 2004).  

Nei casi di lettere estorsive, persecutorie, o anche di rivendicazione di attentati o altre azioni criminose, si pone il problema dell’ identificazione del loro autore (tenendo però presente che le missive possono essere indirizzate a se stessi, allo scopo di indirizzare su altri le indagini).

Alcuni celebri casi criminali sono stati risolti proprio grazie alla corretta attribuzione di scritti anonimi: così nel rapimento del figlio del celebre aviatore Lindbergh, quando la perizia grafica sulle lettere anonime del rapitore fu espletata da ben otto esperti che arrivarono tutti alle stesse conclusioni (Osborn, 1983); così nel clamoroso omicidio di Bobby Franks nel 1924; così ancora per quanto riguarda l’unabomber Theodore Kaczynski, attivo dagli anni ’70 ai ’90 del secolo scorso.  

Usualmente la grafia della anonima viene comparata dal perito grafico con la scrittura dei sospetti o, se si tratta di lettere eseguite con mezzi meccanici (stampante, macchina per scrivere) con le apparecchiature in possesso dello stesso indiziato o in dotazione all’ufficio nel cui ambiente può essere maturata l’azione. Ampia letteratura, grafologica e non, ha in questo caso studiato le modalità del confronto e dell’identificazione, e ad esse si rimanda.  

Ciò però presuppone ovviamente che fin dalle prime battute vi siano sospetti nei confronti di uno o più specifici individui. Se invece “si brancola nel buio”, e non è possibile effettuare un confronto perché non vi sono sospettati o perché la lettera è stata eseguita con un normografo, quali informazioni intrinseche si potranno ricavare dalla stessa lettera anonima che contribuiscano ad indirizzare le indagini? E anche se è possibile eseguire un’analisi grafologica di confronto, esistono tecniche che possano confermare o smentire le risultanze di quest’ultima? Una possibile via sta nell’integrare l’approccio strettamente criminalistico con quello criminologico, utilizzando l’esame delle tracce fisiche lasciate sulla lettera insieme ad un plausibile profilo dell’anonimografo che utilizzi apporti criminologici, psicologici e linguistici. Vediamo come ciò può essere possibile.  

La più classica delle indagini di tipo criminalistico è quella sulle impronte digitali. Qui il problema è quello della contaminazione della traccia, perché la lettera giunge nel laboratorio di polizia scientifica dopo che è passata di mano in mano. Repertare le impronte è però sempre utile, e vi sono comunque tecniche atte al rilievo delle impronte sovrapposte. Tracce papillari dell’autore della lettera si possono trovare sfogliando i lembi di una busta oppure levando il francobollo, anche se l’ asportazione di quest’ultimo può provocare la distruzione dell’impronta.  

Altra classica indagine di stampo criminalistico è l’esame del DNA estratto dalla saliva utilizzata per affrancare e per chiudere la busta delle lettere. Nel primo caso, l’efficacia di tale indagine è stata dimostrata da Hopkins nel 1994, nel secondo da Word e Gregory nel 1997, mentre studi italiani che confermano l’efficacia di tale analisi sono stati effettuati dall’Istituto di Medicina Legale di Trieste (Fattorini et alii, 1999).  

Il rilievo delle impronte digitali e del DNA dovrebbero procedere di pari passo. Va citata a tale proposito un’interessante esperienza condotta presso il SIMEF di Reggio Calabria (Barbaro et alii, 2004).

L’indagine riguardava le lettere anonime ricevute da due fratelli risiedenti in città differenti. L’esame del DNA estratto dalla saliva usata per affrancare e chiudere la busta indicava una parentela con i due fratelli. Ristretto così il campo, le impronte digitali risultarono appartenere a un cugino. Va comunque tenuto presente che l’asportazione delle tracce papillari può contaminare e danneggiare le tracce genetiche, problema che si può comunque ovviare utilizzando appositi reagenti per l’esaltazione delle impronte papillari (Spear et alii), mentre recenti studi americani e giapponesi hanno dimostrato la possibilità di estrarre il DNA dalle stesse impronte digitali.  

Altra classica indagine, la più comune, è la perizia grafica. In genere la consulenza del grafologo è richiesta quando si tratta di comparare la grafia della lettera con quella di suoi possibili autori, ma in realtà egli può fornire indicazioni utili anche quando non si sia ancora giunti alla fase della comparazione con altri scritti.

L’esame di uno scritto anonimo fornisce indicazioni innanzitutto sulla fascia d’età del suo autore, se cioè egli è un adolescente, un uomo maturo o un anziano, tenendo sempre presente che è possibile incontrare l’anziano dalla scrittura vigorosa e giovanile. Stabilire la fascia d’età, più che l’età vera e propria (cosa che non è possibile) è utile nel caso la scrittura sia riferibile ad adolescenti: capita infatti che la lettera anonima si riveli essere nient’altro che una bravata, un gioco fra ragazzi.

Non è possibile stabilire il sesso dalla scrittura, come attestato da numerosi studi sperimentali, ma invece è possibile stabilire il livello culturale del suo autore: a meno che però l’autore non abbia scientemente dissimulato la propria scrittura, come è avvenuto in un caso occorso in un piccolo centro della Basilicata alcuni anni or sono: una lunga serie di lettere anonime, vergate con grafia insicura ed elementare, infarcite di errori di ortografia, vennero appunto attribuite da due grafologi a persona di scarsa cultura, indirizzando le indagini verso i contadini del posto. Arrivò però dopo un certo tempo un’ultima lettera, scritta questa volta in italiano forbito con grafia elegante, nella quale l’autore annunciava la fine dell’azione persecutoria confessando di avere fino ad allora dissimulato la propria scrittura per sviare i sospetti (come si vede, riuscendo bene nell’intento).  

Si tenga però presente che simulare errori di ortografia o di grammatica non è semplice: mi è capitato un caso in cui proprio l’eccesso di errori (tutte le lettere doppie erano state omesse, come anche gli accenti) risultava non credibile, in quanto il contesto sintattico e lessicale denotava invece una certa cultura.

Altro possibile dato ricavabile dallo scritto anonimo è il portamento del suo autore, inteso come “manifestazione esteriore del proprio modus vivendi” (Crotti, 1998). E sarebbe allora interessante andare a “ripescare” la grafologia somatica di Moretti (1960), considerata finora dagli studiosi di grafologia un po’ come una bizzarria (con qualche eccezione, come Torbidoni e Zanin e più recentemente M. Caria), sottoponendola anche a verifica sperimentale: se fosse vero ad esempio, come afferma Moretti, che dalla scrittura si può risalire all’altezza del suo autore, seppure con un grado di probabilità elevata, si tratterebbe di un dato di estrema importanza nelle indagini.

Dalla scrittura si può inoltre tracciare, con gli strumenti della grafologia, un quadro della personalità del suo autore (Crotti, 1998; Aloia, 1998; Vigliotti, 1999). Sono qui però necessarie due osservazioni.

Innanzitutto, gli scritti anonimi sono spesso dissimulati e questo limita la spontaneità del tratto e la possibilità di un’analisi; e questo, seppure in parte, vale anche per lo stampatello, adoperato spesso dall’anonimografo nella convinzione che la scrittura sia così non identificabile, il che, disponendo di adeguato materiale di confronto, non è vero (Armistead, 1984).

In secondo luogo, come deve essere articolato un identikit grafo-psicologico dell’anonimografo? Una utile indicazione si ritrova nel saggio sopra citato dell’Aloia, dove l’autrice esamina le lettere di rivendicazione del pacco-bomba che alcuni anni fa aveva ferito due bambini Rom a Firenze. Il quesito del PM riguardava la possibilità di riconoscere l’anonimografo, cosa fare in caso di incontro e quali tecniche anche non verbali usare durante l’interrogatorio: ed è certamente un modo corretto di impostare la richiesta avanzata al perito. Ma se così è, allora un’analisi grafologica secondo categorie caratterologiche un po’ datate, finalizzata, come è stato da alcuni proposto, a reperire i segni dell’invidia, dell’orgoglio, della gelosia, della vanità, della sfacciataggine e via dicendo, è molto poco utile all’inquirente. 

 

STRALCIO DELLA RELAZIONE DEL DOTT. PASTENA'

TRATTA DAL CONVEGNO DI PALERMO DELL'1 E 2 APRILE 2006